La tana della Mussina

Sezione della Tana della Mussina - 1884

La “Tana della Mussina” rappresenta uno dei maggiori monumenti dell’età eneolitica (III millennio a.C.), periodo caratterizzato dal primo utilizzo del metallo, il rame. Il Chierici vi condusse, alla fine del 1871, uno scavo stratigrafico, esemplare per quei tempi, fornendone una ampia relazione nel suo scritto “Una caverna del reggiano esplorata”. Lo scavo ha fornico reperti ceramici, 15 accette in pietra verde, un pugnale di selce, oggetti in osso, una lesina e un chiodo di rame e i resti – non in connessione anatomica – di almeno 18 persone (6 fanciulli, 4 adolescenti, 7 adulti, un vecchio). Il materiale è custodito nel museo di Reggio. La ceramica presenta alcune forme tipiche della “Lagozza” e altre (come le scodelle con decorazione in “stile metopale” o a squame) che richiamano direttamente i tipi di Remedello, ma l’attenzione dei paletnologi si è specialmente appuntata, fin dagli anni della scoperta, sui resti umani. Secondo la descrizione del Chierici, la maggior parte delle ossa giacevano in due rientranze della parete di sinistra, mentre alcuni crani recanti tracce di combustione erano posti su un “terrazzino” (che il Chierici chiama anche “altare”) formato da massi di gesso, alto circa 60 cm., la cui superficie, spianata, era ricoperta di carboni per un considerevole spessore e appariva cotta dal fuoco. Sullo stesso “altare” si trovavano alcune delle accette e cocci di ceramica.

L’insieme dei dati suggerì al Chierici l’ipotesi che nella grotta si fossero svolti riti comprendenti sacrifici umani e banchetti cannibalici. L’ipotesi non è da respingere affrettatamente – basti pensare che riti analoghi erano ancora comuni, fino a pochi decenni fa, presso “primitivi” contemporanei – ma nel caso specifico contrasta con l’incompletezza degli scheletri trovati, e induce a pensare piuttosto alla “Mussina” come a una grotta sepolcrale (una “casa dei morti”), nella quale una tribù eneolitica (molto probabilmente stabilitasi sulla vicina rupe che ora ospita le rovine del castello) deponeva definitivamente crani e ossa lunghe dei defunti, dopo averli solo parzialmente cremati (questo giustificherebbe le tracce di fuoco sulle ossa).

La “deposizione secondaria “ in grotta è nota in Emilia Romagna per la Tanaccia di Brisighella e per la grotta del Farneto (Bologna), coeve della Mussina. La deposizione in grotticelle artificiali o in dolmen è rito comune, nell’eneolitico, per l’Italia centro-meridionale, per la zona delle prealpi, per la Liguria.

Il significato di questo rito funebre è duplice: da un lato il defunto viene materialmente conservato presso i vivi (e ciò può richiamare il culto degli antenati e l’antichissimo culto dei crani) dall’altro viene riconsegnato in grembo alla Madre Terra, che lo accoglierà nelle sue viscere e forse ne preparerà la rinascita.